Superbatteri: presentato il piano d’attacco “made in Italy”


Antibiotico-resistenza, infezioni ospedaliere e vaccinazioni come prima arma di difesa contro i superbatteri.

Sono state queste le tematiche affrontate nella conferenza stampa del congresso organizzato i primi di ottobre dal “Gruppo Italiano per la Stewarship Antimicrobica” (GISA), da tempo attento promotore del corretto uso degli antibiotici.

L’”Organizzazione Mondiale della Sanità” identifica l’antibiotico-resistenza come il principale problema di salute pubblica globale. “In Italia, il livello di antibiotico-resistenza è tra i più elevati d’Europa con circa il 7-10% annuo di pazienti infetti.” – afferma la Dott.ssa Stefania Iannazzo del Ministero della Salute.

Cos’è e come si può combattere l’antibiotico-resistenza

Quando si parla di antibiotico-resistenza si intende che il principio attivo del farmaco in questione non riesce più a esercitare la sua funzione terapeutica e quindi il batterio responsabile della malattia, mettendo in atto una serie di modificazioni sulla sua struttura e attività, continua a proliferare e a danneggiare l’ospite.

Tra le possibili soluzioni da applicare nel combattere questo fenomeno troviamo il corretto uso degli antibiotici e la riduzione delle infezioni ospedaliere anche grazie alla vaccinazione preventiva.

Pierluigi Lopalco, professore di Igiene e Medicina preventiva presso l’Univ. di Pisa sostiene appunto che “ancora troppo spesso gli antibiotici vengono utilizzati impropriamente, visto che per curare l’influenza non sono di alcuna utilità. È proprio questo uso scorretto che fa scattare le resistenze batteriche.” La prima soluzione in caso di influenza per il 15% degli italiani è risultata infatti essere la terapia antibiotica, nonostante questa classe di farmaci vada a colpire i batteri e non i virus tipicamente responsabili dei disturbi stagionali.

Collegato al buon uso degli antibiotici c’è la lotta alle infezioni ospedaliere, nella quale ancora una volta l’Italia è il fanalino di coda in Europa con una media di 500 mila pazienti colpiti all’anno tra i 9 milioni di ricoverati. Polmoniti, setticemie e infezioni da catetere sono le più comuni e di queste più della metà dei casi riconducibili a tre sole specie batteriche resistenti.

Una corretta igiene delle mani, anche e soprattutto da parte del personale sanitario, potrebbe bastare per ridurre significativamente la loro incidenza.

Volendo agire a monte, la vaccinazione, ad esempio contro l’influenza, rappresenta una valida strategia per ridurre le infezioni e di conseguenza l’uso, spesso improprio, degli antibiotici. Il Prof. Lopalco a tal proposito continua con “è fondamentale vaccinarsi ed è importate che lo facciano soprattutto gli operatori sanitari. L’uso massivo della vaccinazione non solo diminuisce il riscorso agli antibiotici per curare questo tipo di patologie, ma fa sì che vengano sempre più ridotti i ceppi resistenti agli antibiotici”.

Uno sguardo sulla situazione italiana

Nonostante la situazione in Italia non sia complessivamente delle migliori, alcune regioni hanno già attuato in maniera autonoma strategie mirate. La Toscana ha infatti registrato una sostanziale stabilità in termini di antibiotico-resistenza tra il 2016 e 2017 mentre la Campania ha sviluppato delle linee guida con indicazioni precise riguardo il corretto uso di antibiotici in ambito ospedaliero e territoriale, la formazione di personale competente e multidisciplinare e l’organizzazione di campagne informative.

Le nuove proposte terapeutiche

Un’ulteriore soluzione alla resistenza nei confronti degli antibiotici classici potrebbe essere l’introduzione di nuovi antibiotici. Sono infatti già disponibili, almeno in linea teorica, principi attivi alternativi a quelli correntemente in uso anche se “oggi i nuovi antibiotici non sono considerati, a rigore di definizione, farmaci innovativi in quanto rappresentano solo un’evoluzione di quelli già esistenti. Non godono quindi di percorsi che ne favoriscono un rapido e facile accesso e non hanno a disposizione risorse economiche a loro dedicate” –afferma il Prof. Francesco Menichetti, presidente GISA.

Questi “nuovi” antibiotici hanno in genere un prezzo leggermente superiore alla media (200-300 euro) e possono essere prescritti solamente dall’infettivologo, non da altri medici specialisti. Queste restrizioni creano dunque un ulteriore ostacolo al loro impiego che va ad aggiungersi alla non rimborsabilità in quanto non considerati a tutti gli effetti farmaci innovativi come ad esempio quelli di recente introduzione per l’epatite C. È importante inoltre tenere presente come si possa sviluppare resistenza anche a queste “nuove” molecole.

Volendo riassumere i punti trattati, il Prof. Minchetti conclude “la necessità di accedere a questi farmaci impone una revisione delle regole che non vada verso un’insensata liberalizzazione bensì consideri procedure che permettano, definiti chiaramente gli ambiti nei quali questi farmaci possano essere utili, l’accesso rapido da parte di specialisti che trattano pazienti con infezioni gravi. […] Per contrastare questi microrganismi intelligenti è necessaria non solo la ricerca per lo sviluppo di nuove molecole ma anche e soprattutto la messa a punto di strategie di controllo delle infezioni, sorveglianza, buon uso degli antibiotici in ambito ospedaliero e territoriale, formazione, educazione di personale sanitario e dei cittadini anche mediante i nuovi mezzi di comunicazione e il coinvolgimento delle istituzioni.”

Metodi alternativi nella lotta alle infezioni batteriche: quali prospettive?

Seppur preliminari e in attesa di ulteriori conferme, alcuni studi clinici condotti nel contesto ospedaliero italiano hanno dimostrato un potenziale uso di batteri “buoni” nel contrastare la proliferazione di quelli patogeni con buoni risultati in termini di riduzione delle infezioni.

Alla richiesta di un commento a riguardo, si è però ben delineata un’impronta di generale e fondata cautela nell’accogliere questi dati.

Ad ogni modo, la ricerca nel campo del microbiota è quanto mai aperta e in divenire e non priva di buone sorprese.

Silvia Radrezza