Ipotiroidismo, nuova terapia per le forme resistenti al trattamento


La terapia per l’ipotiroidismo potrebbe essere resa più efficace da un nuovo metodo di somministrazione, sperimentato con successo presso il Rush University Medical Center. Il metodo, descritto in un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Thyroid, è stato reso possibile da uno studio sugli ormoni tiroidei e su come questi vengono assorbiti e metabolizzati dall’organismo. Secondo Antonio Bianco, coordinatore dello studio, la terapia può essere resa più efficace attraverso una molecola chiamata poli-zinco-liotironina (PZL).

L’ipotiroidismo, le cui cause sono riconducibili a una serie di fattori genetici e ambientali, si manifesta attraverso sintomi specifici come affaticamento, aumento di peso, mancanza di energia, depressione, intolleranza al freddo e dolori muscolari. La molecola ha funzionato nei primi test in laboratorio, e se saranno superati i controlli di sicurezza sugli animali e i trial clinici sugli esseri umani sarà resa disponibile entro pochi anni.

Il trattamento standard per l’ipotiroidismo consiste nella somministrazione di levotiroxina, una versione sintetica dell’ormone tiroideo che viene normalmente prodotto dalla ghiandola nelle persone sane. Una percentuale variabile di pazienti (10-15%), tuttavia, mostra ancora sintomi della patologia dopo il trattamento. In questi casi si può integrare la terapia con la liotironina, versione sintetica della triiodotironina.

Somministrata per via orale, tuttavia, la liotironina viene assorbita molto velocemente dall’organismo: questo causa picchi ormonali che si manifestano attraverso sintomi come palpitazioni, oppressione al petto, sudorazione intensa e ansia. Bianco e colleghi hanno elaborato un metodo di somministrazione diverso in laboratorio: PZL è di fatto una molecola composta da zinco legato chimicamente a tre molecole di liotironina. Il composto è rivestito in una capsula che gli consente di viaggiare intatto attraverso lo stomaco e rilasciato lentamente nel flusso sanguigno attraverso il duodeno.

L’esito della sperimentazione animale è stato positivo: rispetto al gruppo di controllo, sottoposto alla somministrazione standard, l’innalzamento ormonale è stato progressivo e ha raggiunto il picco in circa dieci ore contro le quattro osservate normalmente. Nel giro di otto giorni, PZL ha riportato nella norma i segni tipici dell’ipotiroidismo (valori ormonali fuori norma, crescita rallentata, colesterolo alto).

Trovare il giusto tempo di rilascio per la liotironina è considerato dagli esperti del settore un punto chiave per la cura dell’ipotiroidismo: l’afflusso costante dell’ormone è basilare per “normalizzare” le funzioni della tiroide nel sangue e nei tessuti cerebrali, muscolari ed epatici. Dal punto di vista biologico, un rilascio ritardato come quello osservato con la somministrazione di PZL, riduce al minimo i picchi provocati dal trattamento standard: in altre parole il farmaco non è solo più efficace ma anche meno traumatico per l’organismo.

Se dovesse superare i trial clinici, spiegano i ricercatori, sarà possibile stabilire con certezza l’efficacia della molecola in associazione con la terapia standard.