Alzheimer, individuate alte concentrazioni di herpes virus nel cervello


Due ceppi appartenenti alla famiglia degli herpes virus, HHV-6A e HHV-7, sono stati riscontrati a concentrazioni doppie rispetto alla norma nei tessuti cerebrali di pazienti affetti da Alzheimer. La scoperta arriva da uno studio condotto dal Mount Sinai Hospital negli Stati Uniti, pubblicato online sulla rivista scientifica Neuron. I ricercatori hanno inoltre identificato alcune connessioni genetiche sconosciute in precedenza, che potrebbero servire da base per testare nuovi farmaci anche in ottica di prevenzione della malattia.

L’analisi è stata condotta su oltre seicento campioni di tessuto cerebrale umano prelevato post-mortem da quattro regioni del cervello. Il sequenziamento dell’RNA ha permesso di quantificare la presenza di alcuni geni rispetto ad altri e la loro eventuale connessione con l’esordio e la progressione della malattia di Alzheimer. I ricercatori hanno così scoperto alcune associazioni genetiche inaspettate, nelle quali virus specifici sono connessi a differenti aspetti biologici della patologia. Il team ha quindi esaminato l’influenza di ogni virus sui singoli geni e sulle proteine cerebrali, riscontrando associazioni fra gli agenti patogeni e la formazione di placche amiloidi, ammassi neurofibrillari e gravità dei sintomi della demenza.

Per corroborare l’ipotesi emersa, i ricercatori hanno integrato altri ottocento campioni raccolti e sequenziati presso la Mayo clinic e il Rush Alzheimer’s Disease Center, osservando un aumento persistente dei virus HHV-6A e HHV-7 nei pazienti affetti da Alzheimer, replicando di fatto in due coorti distinte di pazienti gli stessi risultati.

«Lo studio rappresenta un passo avanti significativo per verificare la plausibilità dell’ipotesi patogena dell’Alzheimer», ha dichiarato Joel Dudley, uno dei coordinatori dello studio. «Se verrà confermato che alcuni ceppi virali contribuiscono direttamente al tasso di rischio individuale per la malattia di Alzheimer o la velocità di progressione della malattia, allora avremo un quadro di riferimento preciso per comprendere l’evoluzione dell’Alzheimer a livello individuale e collettivo».

«Sono le prove più consistenti a sostegno dell’ipotesi che un virus possa contribuire alla malattia di Alzheimer», ha aggiunto Sam Gandy, fra gli autori della ricerca. Gandy sottolinea che una situazione simile si è presentata in alcune forme di sclerosi laterale amiotrofica: in alcuni pazienti, infatti, è emersa la presenza di alcune proteine virale nel fluido cerebrospinale di alcuni pazienti, e un trattamento a base di farmaci antivirali ha dato beneficio ai pazienti positivi alla presenza di queste proteine.