Epatite C, 150mila pazienti trattati, caccia al ‘sommerso'

Epatite C, 150mila pazienti trattati, caccia al ‘sommerso'

Esperti, cercare tra 50-55enni, coinvolgere medici di base


  Ha 50-55 anni, ha avuto 20-30 anni fa dei trattamenti medici o dei comportamenti a rischio occasionali e non ha mai fatto il test o magari l'ha fatto ed è stato trovato positivo ma non ci ha più pensato. E' questo l'identikit del paziente 'sommerso' con l'epatite C, il tassello principale da cercare per l'eradicazione della malattia. Se ne è discusso a Milano durante BeLiver, evento sulle malattie del fegato organizzato da Gilead che oggi fa tappa a Milano.
    Al momento, spiega Massimo Puoti dell'Ospedale Niguarda Cà Granda di Milano, sono stati effettuati più di 150mila trattamenti con le nuove terapie, ma ci sono almeno altrettante persone che sanno di avere il virus ma non si curano perchè asintomatiche, più altre decine di migliaia che non sanno proprio di essere positive. "Tutti andrebbero trattati - afferma Puoti -, sia per la propria salute individuale che per ridurre le possibilità di trasmissione. E' particolarmente importante curare chi ha altre patologie concomitanti, ad esempio i tumori, perchè non avere l'epatite riduce gli effetti collaterali della chemio, oltre a evitare che si debbano interrompere le cure perchè si alzano le transaminasi. Servirebbe la colaborazione dei medici di base, oltre che in generale una maggiore informazione".
    D'accordo sul coinvolgimento dei medici di base anche Massimo Galli, presidente della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit). "Ci sono popolazioni come i carcerati, che hanno un grande tasso di tossicodipendenti e di immigrati, i tossicodipendenti in senso stretto e gli uomini che hanno rapporti con altri uomini su cui bisogna fare educazione ed emersione - spiega -, ma l'elemento chiave è raggiungere chi ha 50-55 anni e magari vive inconsapevolmente la malattia, o anche se sa di averla nessuno gli ha detto che ormai si può curare con grande successo e con estrema 'comodità'. Noi non facciamo ricerca proattiva come succede in altri paesi come Francia e Gran Bretagna, mentre le Regioni dovrebbero attivarsi e fare delle campagne di sensibilizzazione dirette ai medici di base".
    
   

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