Covid-19: l'esperienza di Trieste nella prima fase pandemica

Se n'è parlato a panel internazionale a Esof 2020


(ANSA) - TRIESTE, 05 SET - "Sul Covid-19 c'è stata una risposta straordinaria dal punto di vista dei numeri e della qualità. Non ci sono mai stati tanti studi clinici, tante ricerche di base su una sola malattia in così poco tempo nella storia dell'umanità. Compreso quanto sviluppato a Trieste con il protocollo di trattamento delle forme più gravi di polmonite da Covid-19". Questo il commento di Marco Confalonieri, direttore della struttura complessa dell'Azienda Sanitaria Giuliana Isontina e docente di malattie dell'apparato respiratorio dell'Università di Trieste, che ha organizzato l'incontro odierno, nell'ambito di Esof 2020, incentrato sulle "Esperienze dell'ondata di crisi pandemica e risposte guidate dalla ricerca"."In sei mesi per il Covid-19 si è fatto quasi quattro volte in più, in termini di ricerche e di studi pubblicati, rispetto a quanto fatto per una malattia che merita attenzione come la Sla".
    Il panel, moderato da Sergio Paoletti, presidente di Area Science Park, ha visto la partecipazione del direttore del Dipartimento di Scienze Mediche Chirurgiche e della Salute dell'Università di Trieste, Nicolò de Manzini, di Mauro Giacca, docente sia dell'Università di Trieste che del King's College di Londra e, da remoto, di Gerard Criner dell'Università Temple di Filadelfia che è stato uno dei centri americani maggiormente coinvolti, sia dal punto di vista dell'assistenza medica che della ricerca applicata al letto del malato, Patrick Maxwell, direttore del Campus biomedico dell'Università di Cambridge, e di Philippe Buchy, direttore scientifico della ricerca GSK da Singapore, all'opera per la scoperta di un nuovo vaccino efficace contro il coronavirus.
    Si è parlato dell'esperienza di Trieste, ossia del protocollo che, come spiegato da Confalonieri "è a base di cortisonico a basse dosi prolungate in infusione, ideato e attuato dalla struttura complessa della Pneumologia di Cattinara a Trieste", che ha visto la partecipazione di 14 Centri italiani, tra cui Ospedale Sacco di Milano, l'Istituto Spallanzani di Roma, ol Policlinico di Padova, l'ospedale di Udine, "che ha dimostrato di ridurre del 71% il rischio di mortalità. Protocollo - è stato detto durante il panel - che ha preceduto quello del grande studio britannico Recovery Trial, che ha coinvolto 176 ospedali del Regno Unito, dimostrando definitivamente la validità dei principi dello studio concepito a Trieste.
    "Nel momento in cui è scoppiata la pandemia - ha sottolineato Confalonieri - non c'era il tempo per aspettare nuovi farmaci ma bisognava vedere quali farmaci, in base ai meccanismi che si stavano rivelando, fossero quelli peiù efficaci, soprattutto per ridurre la mortalità. Ecco perché abbiamo usato farmaci "antichi" come i corticosteroidi, ma con modalità nuove e protocolli diversi rispetto a quelli utilizzati per altre malattie, come, ad esempio, l'artrite reumatoide". (ANSA).
   

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