Parkinson, riscoperto farmaco di un secolo e mezzo fa: riduce i periodi “off”


I pazienti affetti dalle forme più avanzate di Parkinson potrebbero beneficiare di un farmaco prodotto per la prima volta nel 1865.

Secondo uno studio austriaco presentato nei giorni scorsi a Boston, presso il meeting annuale dell’American Academy of Neurology, l’apomorfina sarebbe in grado di ridurre il cosiddetto periodo off della malattia.

Il periodo “off” nel Parkinson è una conseguenza del trattamento a base di levodopa, farmaco che col tempo tende a ridurre il suo periodo di efficacia. I pazienti restano così esposti a periodi di immobilità, legati alla temporanea inefficacia del farmaco.

«Ridurre i periodi off nei pazienti affetti da Parkinson può avere un grande impatto sulle loro vite quotidiane», ha dichiarato la coordinatrice dello studio Regina Katzenschlager.

L’apomorfina, prodotta per la prima volta nel 1865, è stata usata per la prima volta negli anni cinquanta negli Stati Uniti, per il trattamento delle forme più avanzate di Parkinson. Il farmaco si è diffuso poi in Europa, dove negli anni novanta era frequente il ricorso a infusioni subcutanee per trattare sintomi non controllabili dalle pillole. Nonostante l’utilizzo diffuso, a oggi sono scarsi i dati relativi alla sua efficacia e sicurezza.

In questo studio, i ricercatori hanno reclutato 107 pazienti da oltre venti centri medici in sette diversi paesi, divisi in due gruppi. I pazienti che hanno ricevuto l’apomorfina hanno avuto in media 2,5 ore giornaliere in meno di periodo off, contro una media di soli trenta minuti per il gruppo di controllo che ha ricevuto una semplice soluzione salina. I miglioramenti si sono resi evidenti entro la prima settimana di trattamento.

Parallelamente a tale riduzione, è stato registrato un contestuale aumento di periodo “on”, privo di sintomi come la discinesia, spesso osservata con il levodopa. I pazienti hanno anche riportato miglioramenti soggettivi nel 71% dei casi, rispetto al 18% del gruppo placebo. L’apomorfina è stata generalmente ben tollerata, senza particolari effetti indesiderati.

«La nostra speranza», ha dichiarato Katzenschlager, «è che questi risultati spingano i medici statunitensi a offrire questo trattamento ai loro pazienti e a verificare la sua efficacia nella loro pratica clinica quotidiana».