Attenzione agli antidolorifici: studio canadese li associa al rischio infarto


I più comuni antidolorifici da banco potrebbero essere associati a un maggiore rischio di infarto: secondo uno studio coordinato dalla ricercatrice canadese Michèle Bally, pubblicato sul British Medical Journal, l’aumento di rischio è rilevabile già dopo una settimana di trattamento, specie se entro il primo mese di terapia ad alti dosaggi.

Studi precedenti avevano già suggerito una correlazione simile, ma questa è la prima ricerca a precisare le tempistiche, l’influenza del dosaggio e a operare una distinzione fra i singoli farmaci.

L’analisi, una revisione sistematica sui dati sanitari di 446mila pazienti canadesi, finlandesi e britannici, si è focalizzata sui principali antinfiammatori non-steroidei: celecoxib, diclofenac, ibuprofene, naprossene e rofecoxib.

Il team di ricerca ha condotto un’analisi approfondita che ha consentito di stimare la probabilità di un attacco di cuore basandosi sull’utilizzo relativo di questi farmaci.

A prescindere dal dosaggio, l’uso di FANS per una settimana, un mese o più è risultata essere associata con un maggiore rischio di infarti. Per il naprossene il tasso di rischio è assimilabile a quello degli altri FANS, mentre il rofecoxib sembra avere un tasso di rischio più alto.

In media, l’aumento di rischio si attesta fra il 20% e il 50% per chi fa uso di FANS rispetto a chi non ne ha mai fatto ricorso. In prospettiva, il rischio infarto legato all’uso di FANS sarebbe dell’1% annuo.

Analisi successive sui dati raccolti hanno suggerito che il rischio è più elevato con i dosaggi più alti e durante il primo mese di trattamento: superato il primo mese non sono stati registrati ulteriori aumenti.

Lo studio ha diverse limitazioni: non sono stati presi in considerazione gli infarti ripetuti, e si è trattato di un semplice studio di osservazione, che per sua natura impedisce di trarre conclusioni sulle reali cause della correlazione.

Il campione preso in considerazione è tuttavia molto ampio, e spinge i ricercatori a suggerire prudenza nel ricorso a questi farmaci, non solo ai pazienti ma anche ai medici di base: «Chi prescrive questi farmaci dovrebbe considerare attentamente il rapporto rischi-benefici prima di iniziare la terapia, soprattutto se il dosaggio è alto».