Tumore della prostata, primi successi negli USA per una nuova terapia genetica


Ottimi risultati per la sperimentazione su una nuova terapia genetica anti tumorale, ideata da un gruppo di ricerca presso l’Università di Pittsburgh.

La possibile cura si basa sulla tecnica del “gene editing” e ha dato risultati positivi su modelli animale di tumore della prostata e quello epatico. I risultati del lavoro sono stati pubblicati su Nature Biotechnology.

Secondo il coordinatore dello studio, il dottor Jian-Hua Luo, i risultati della ricerca gettano le basi per ripensare l’approccio alla cura dei tumori: si tratta della prima volta, infatti, che il gene-editing viene usato in maniera mirata contro i cosiddetti geni di fusione.

Tali geni sono spesso una caratteristica peculiare dei tumori e sono il prodotto dell’unione di due geni differenti, che provoca la formazione di proteine anormali.

Nei mesi scorsi, il gruppo di ricerca del dottor Luo aveva presentato in uno studio pubblicato su Gastroenterology una lista di geni di fusione legati ai tumori prostatici più aggressivi e ricorrenti.

Uno di questi geni si presenta anche nel tumore del fegato, dei polmoni e delle ovaie, ed è legato all’invasività e alla crescita rapida del tumore stesso.

La terapia elaborata dai ricercatori oggi consiste nell’uso di virus capaci di colpire direttamente le sezioni di DNA mutato dei geni di fusione, stimolando la morte delle cellule tumorale.

La tecnica è stata testata per otto settimane su un gruppo di topi e ha portato alla riduzione della massa tumorale fino al 30%, oltre all’assenza di metastasi e alla sopravvivenza di tutti gli esemplari.

Facendo un paragone con quanto può succedere in un campo di battaglia, il dottor Luo spiega che laddove le terapie tradizionali si occupano dei soldati semplici (cioè le cellule tumorali, come nel caso della chemioterapia), «il nostro obiettivo è il centro di comando, cosicché le truppe non possano più riorganizzarsi».

Se dovesse avere successo anche sugli esseri umani, la nuova terapia non sarebbe efficace solo contro le possibili recidive: il gene-editing aggira infatti i problemi legati alle frequenti mutazioni che spesso fanno sviluppare al tumore forme di resistenza alle cure.

Luo e colleghi hanno già in programma, per le future ricerche, di verificare se il nuovo trattamento può indurre a una remissione completa e non solamente parziale come si è osservato in questo caso.