Fibrillazione atriale: ritardare la terapia anticoagulante può aumentare il rischio Alzheimer


Secondo uno studio presentato nei giorni scorsi all’incontro annuale della Heart Rhythm Society a Chicago, il tasso di demenza aumenta fra coloro che dopo una diagnosi di fibrillazione atriale ritardano la terapia anticoagulante. Lo studio è stato condotto da un gruppo di ricercatori del Medical Center Heart Institute presso Salt Lake City (USA).

La ricerca, che ha riguardato oltre 76000 pazienti, è il primo del suo genere su un campione così ampio. Gli autori hanno selezionato i pazienti escludendo precedenti di demenza, monitorando l’intervallo di tempo trascorso fra la diagnosi e l’inizio della terapia a base di antiaggreganti o di warfarin, uno dei più comuni farmaci anticoagulanti.

I pazienti sono stati divisi in due gruppi, in base alla tempestività del trattamento, rispettivamente a meno di trenta giorni oppure a più di un anno dalla diagnosi. Basandosi su una scala di valutazione utile a predire il rischio di infarti e identificare i pazienti maggiormente a rischio di declino cognitivo, i ricercatori hanno rilevato un aumento del 30% nel rischio demenza per chi ha ritardato l’inizio del trattamento, con picchi del 136% fra i pazienti già a rischio precedentemente.

«I risultati rafforzano l’importanza di iniziare la terapia anticoagulante il prima possibile dopo una diagnosi di fibrillazione atriale», spiegano gli autori. «Per la prima volta abbiamo potuto osservare come attendere anche solo per trenta giorni prima di iniziare ad assumere anticoagulanti può aumentare il rischio a lungo termine di sviluppare demenza».

Gli anticoagulanti sono farmaci comunemente prescritti per la prevenzione dell’infarto, ma spesso l’inizio del trattamento viene ritardato per una serie di ragioni, che possono riguardare il basso livello di rischio, la preferenza per altre forme di prevenzione (come l’aspirina), l’età oppure controindicazioni specifiche.

«Vogliamo assicurarci di fare il possibile per limitare il rischio di danni cerebrali sui nostri pazienti, e il nostro studio non si limita a dimostrare l’importanza di iniziare precocemente la terapia, ma anche il ruolo limitato, se non completamente assente, dell’aspirina per la prevenzione dell’infarto», spiegano gli autori, che invocano studi ulteriori che esplorino i meccanismi dietro l’aumento del rischio demenza.

I ricercatori, nel frattempo, stanno già esplorando gli effetti sulle funzioni cognitive di farmaci più recenti, alternativi al warfarin, che hanno già dimostrato la loro efficacia rispetto agli anticoagulanti tradizionali.