Parkinson: dall’Università di Messina un nuovo test per la diagnosi precoce


La diagnosi precoce del Parkinson, e il monitoraggio della sua evoluzione, è possibile osservando i cambiamenti a livello cerebrale dei segnali visivi.

La ricerca, pubblicata sulla versione online della rivista scientifica Radiology, è frutto del lavoro di un team tutto italiano presso l’Università di Messina, coordinato da Alessandro Arrigo.

Si tende a ritenere il Parkinson una patologia che riguarda principalmente il sistema motorio: tuttavia, spiega Arrigo, esistono diversi studi nei quali si è osservata una serie di sintomi diversi, in tutti gli stadi della malattia.

«Tali sintomi restano spesso non diagnosticati, perché i pazienti non sanno che sono correlati alla malattia e di conseguenza tendono a non curarli». Fra questi sintomi “non-motori”, che secondo Arrigo possono precedere anche di un decennio il manifestarsi dei primi sintomi motori, sono state riportate alterazioni visive come la mancata percezione dei colori, dell’acutezza visiva e persino una diminuzione nel battito delle palpebre, con conseguente secchezza dell’occhio.

Lo studio ha coinvolto quaranta partecipanti, la metà dei quali con una forma di Parkinson di recente diagnosi e ancora non trattata. Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a risonanza magnetica.

Il team di ricerca, composto da oftalmologi, neurologi e neuroradiologi, ha usato due particolari tecniche di risonanza (imaging pesato in diffusione e morfometria voxel) che hanno permesso di osservare come varia la concentrazione della materia bianca e grigia nel cervello.

Nei pazienti affetti da Parkinson sono state rilevate alterazioni significative per alcune funzioni visive come le radiazioni cerebrali, nonché una ridotta concentrazione di materia bianca e una diminuzione di volume nel chiasmo ottico, la parte del cervello dove i nervi ottici si intersecano. Uno studio approfondito di questi sintomi, secondo Arrigo, potrebbe fornire indizi utili alla diagnosi corretta e tempestiva del Parkinson.

Nel futuro, aggiunge il ricercatore, sarà utile comprendere meglio quali siano (e che tempistiche abbiano) queste alterazioni a carico del sistema visivo non solo in un’ottica di diagnosi precoce, ma anche per monitorare la progressione della malattia e la risposta dei pazienti alle cure.