Indirizzare ciascun paziente verso la terapia da cui trae più giovamento, evitando interventi inutili a chi non potrebbe trarne beneficio. È questo l'obiettivo di due studi italiani che sono riusciti a mettere a punto una strategia per identificare, tra i pazienti che soffrono di restringimento della valvola cardiaca aortica (stenosi aortica), quelli che hanno maggiori probabilità di morire entro un anno dalla procedura. Le ricerche, pubblicate sul Journal of the American College of Cardiology e sullo European Journal of Preventive Cardiology, sono state condotte in sette grandi ospedali italiani.
Ogni anno sono oltre 12 mila gli interventi mini-invasivi di sostituzione della valvola aortica eseguiti nel nostro Paese.
Non si tratta della tradizionale chirurgia, che comporta l'apertura del torace, ma di una procedura che con un sottile catetere permette di sostituire la valvola passando attraverso i vasi sanguigni (definita Tavr - Transcatheter Aortic Valve Replacement). Il 15% dei pazienti non sopravvive a un anno dall'operazione. "Attualmente, la valutazione clinica che precede l'intervento di Tavr si basa su una scala di punteggio sviluppata decenni fa per la chirurgia cardiaca tradizionale su popolazioni più giovani e meno fragili", spiega uno dei coordinatori dello studio, Niccolò Marchionni, professore emerito di Medicina Interna presso l'Università di Firenze.
Tuttavia, oggi la tipologia di intervento è completamente diversa e differente è il profilo dei pazienti, che possono essere più anziani.
I due studi hanno messo in relazione una serie di indicatori di salute con la probabilità di sopravvivere oltre un anno dall'intervento. "Abbiamo individuato cinque diverse categorie di vulnerabilità, costruite combinando tre aspetti: la disabilità funzionale, il rischio di malnutrizione e la performance fisica", spiega il primo firmatario dei due studi, Carlo Fumagalli, dottore di Ricerca in Fisiopatologia dell'invecchiamento all'Università Vanvitelli di Napoli. "Dai risultati è emerso che i pazienti senza alcuna vulnerabilità hanno una sopravvivenza a due anni nel 92,3%, quelli più vulnerabili, al contrario, sopravvivono a due anni solo in circa il 60% dei casi".
Dall'analisi dei dati sono state elaborate due scale, che potranno essere usate dai medici per selezionare i pazienti che hanno maggiori probabilità di superare con successo la procedura. Gli altri - quelli ad alto rischio - potranno essere indirizzati a trattamenti alternativi o a interventi di 'pre-abilitazione' che correggano quei fattori che li rendono vulnerabili all'intervento, in modo da aumentare le probabilità di successo della procedura.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA
