È meno contagioso di altri virus e ha uno scarso rischio di diffusione, ma non esistono vaccini mirati né test rapidi per la diagnosi su larga scala: è l'identikit del virus Bundibugyo, la variante del virus Ebola responsabile dell'epidemia nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda che, secondo i dati della Regione africana dell'Organizzazione mondiale della sanità, conta almeno 1.100 casi sospetti, di cui 263 confermati, e 43 morti accertati.
"Sebbene le autorità abbiano dichiarato ufficialmente l'epidemia il 15 maggio, è probabile che il virus avesse già colpito la popolazione diverse settimane prima", osserva Michele Barry, direttrice del Centro dell'Università di Stanford per l'innovazione nella salute globale. Finora sono note sei specie di virus collegate all'Ebola, ma solo tre causano grandi epidemie: i ceppi Zaire, Sudan e Bundibugyo, che in precedenza aveva causato solo due epidemie. Essendo quest'ultimo più raro di altri, non tutti i test diagnostici sono in grado di rilevarlo, osserva l'esperta, e "questo è uno dei motivi per cui l'epidemia si è diffusa inosservata".
Considerando le caratteristiche di questo virus, aggiunge, "è molto improbabile una trasmissione su larga scala". Il virus si trasmette infatti tramite contatto diretto con fluidi corporei. Diarrea non emorragica e mal di testa sono i primi sintomi riscontrati in oltre l'80% dei casi, oltre a febbre e debolezza. Attualmente esistono vaccini e terapie contro l'Ebola, ma non per questo ceppo. Non sono neanche mai state sperimentate terapie ad hoc, anche se ora iniziano a esser testati i primi farmaci non specifici. Il tasso di mortalità del Bundibugyo è inferiore a quello di Ebola-Zaire, ed è stimato tra il 30% e il 50%. Ma, secondo Save the Children, nell'epidemia in corso almeno un decesso su 4 riguarda bambini e adolescenti. "Combattere l'Ebola in contesti di conflitto come nel Congo è difficile a causa dei sistemi sanitari indeboliti e della difficoltà nel tracciare i contatti", conclude Barry
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