Una strategia terapeutica
sperimentale, con un radiofarmaco prodotto da un'azienda
norvegese, valutata all'interno di un trial clinico
internazionale al quale prende parte anche il Policlinico
Gemelli di Roma, potrebbe migliorare le prospettive delle
pazienti affette da carcinosi peritoneale legata al tumore
ovarico, un tipo di neoplasia che continua a essere associata a
una prognosi sfavorevole, anche dopo un intervento chirurgico
esteso, con o senza chemioterapia neoadiuvante.
"Il farmaco viene somministrato una sola volta, attraverso un
cateterino intraperitoneale, entro 1-3 giorni dall'intervento
chirurgico - spiega Anna Fagotti, ordinaria di ginecologia e
ostetricia all'università Cattolica e direttrice della
Ginecologia oncologica della fondazione policlinico Gemelli
Irccs -. L'intento è quello di distruggere eventuali cellule
tumorali residue, limitando al contempo l'esposizione (e il
danno) degli altri organi e a livello sistemico".
Lo studio coinvolge dieci centri tra Europa, Regno Unito e Stati
Uniti, tra i quali l'Italia (il Gemelli è l'unico centro
italiano partecipante). In totale di 102 pazienti verranno
allocate in maniera randomizzata a ricevere il trattamento
attivo o il placebo, sempre in associazione al trattamento
chemioterapico.
"L'arruolamento delle pazienti è iniziato nel 2024 e il
completamento del follow-up è previsto per il 2029 - afferma
Luigi Congedo, dirigente medico presso la Uoc Carcinoma ovarico
e fellow nel master internazionale Esgo in ginecologia
oncologica -. L'obiettivo è capire se questo approccio
terapeutico, che agisce direttamente nell'area colpita dal
tumore, possa migliorare i risultati clinici in una categoria di
pazienti per le quali le opzioni di trattamento disponibili dopo
l'intervento chirurgico restano ancora limitate".
"I primi risultati clinici ottenuti da precedenti studi nelle
pazienti con carcinoma ovarico recidivante sensibile al platino
mostrano segnali incoraggianti di efficacia e un profilo di
sicurezza favorevole - conclude poi Fagotti -. Se confermati da
ulteriori studi, questi dati potrebbero aprire la strada a una
nuova opzione terapeutica per ridurre il rischio di recidiva
dopo l'intervento chirurgico".
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