Cresce la tendenza, soprattutto tra i
più giovani, ad affidarsi ai social network o all'intelligenza
artificiale per autodiagnosticarsi condizioni cliniche
complesse, come l'Adhd (Disturbo da Deficit di Attenzione e
Iperattività), l'autismo o il disturbo borderline di
personalità. Ma il rischio è di confondere comportamenti comuni
con disturbi clinici.
Gli smartphone ci hanno condotti in quella che viene definita
la stagione dello stimolo, caratterizzata da una costante
iperstimolazione del sistema di ricompensa cerebrale e dal
conseguente rilascio di dopamina. "Con il tempo siamo passati
dagli stimoli naturali a quelli chimici, come le droghe, fino
agli stimoli prodotti da comportamenti che attivano gli stessi
meccanismi di gratificazione", spiega Furio Ravera, psichiatra
della Casa di Cura Le Betulle e cofondatore del Gruppo Ginestra.
Piattaforme come Instagram e TikTok, se da un lato
contribuiscono ad aumentare la sensibilità verso i temi della
salute mentale, dall'altro possono favorire la diffusione di
informazioni imprecise, inducendo a ricondurre irrequietezza o
difficoltà di concentrazione a specifiche diagnosi
psichiatriche, anche in assenza di una reale condizione di
neurodivergenza. Tra i disturbi più spesso oggetto di
autodiagnosi c'è l'Adhd, spesso interessato da fenomeni di
sovradiagnosi. Dal punto di vista neurofisiologico, il disturbo
è caratterizzato da un'alterazione dei meccanismi con cui la
corteccia prefrontale regola le attività coinvolte nel controllo
dell'attenzione, dell'impulsività e del movimento.
Anche tra gli adulti si registra un aumento delle richieste
di valutazione per l'Adhd, a volte motivate dall'obiettivo di
ottenere prescrizioni di farmaci stimolanti. "Il criterio per
formulare una diagnosi di Adhd", conclude Ravera, "rimane la
presenza dei sintomi fin dall'età evolutiva: nei bambini si fa
attraverso una diagnosi pediatrica, negli adulti mediante una
ricostruzione della storia clinica infantile del paziente".
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