Un valore che compare in fondo a un
referto delle analisi delle urine può dire, con anni di
anticipo, quali pazienti potrebbero perdere la funzione renale
ed essere sottoposti alla dialisi. È la proteinuria, la quantità
di proteine disperse nelle urine, e la sua corretta lettura può
influire sulla prognosi di chi soffre di glomerulonefriti, un
gruppo eterogeneo di malattie che danneggiano il filtro del rene
e colpiscono spesso persone giovani. Lo indicano gli esperti
(nefrologi, reumatologi ed economisti) che hanno sottoscritto un
consensus nazionale presentato oggi a Milano e nel quale viene
raccomandata una maggiore uniformità nella pratica clinica nella
lettura e misurazione di questo valore.
"La presenza di proteinuria, indipendentemente dal valore,
va sempre indagata - ha spiegato Roberta Fenoglio, nefrologa
all'ospedale San Giovanni Bosco di Torino -. Diventa un segnale
di allarme quando i livelli sono consistenti e si associano a
un'attività infiammatoria del sedimento urinario o a una
riduzione del filtrato glomerulare".
"La proteinuria non va valutata in una singola occasione,
ma regolarmente ed è la variabile che meglio si associa
all'andamento della malattia e che ci permette di stabilire più
correttamente la prognosi del paziente", ha poi sottolineato
Gabriella Moroni, professoressa associata di nefrologia alla
Humanitas University di Milano. Alla dimensione clinica si
affianca quella economica. "Oggi la malattia renale cronica
costa al Servizio sanitario nazionale circa 4 miliardi di euro
l'anno, il 3,2% della spesa sanitaria complessiva, e oltre la
metà di questi costi si concentra nelle fasi terminali, cioè
quando la proteinuria non è stata controllata", ha dichiarato
Andrea Marcellusi, ricercatore Tenure Track presso il
dipartimento di Scienze farmaceutiche dell'Università degli
Studi di Milano.
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