"Che follia destinare fondi
fantasmagorici agli armamenti, quando qui si combatte la lotta
per la vita ogni giorno!". Accorato e commosso lo sfogo del
musicista compositore Giovanni Allevi, questa sera all'Istituto
Nazionale dei Tumori (Int) di Milano, a conclusione
dell'incontro su 'Forse inguaribili, mai incurabili'.
E' stato il primo di una serie intitolata 'I Giovedì
dell'Istituto - Dialoghi tra Scienza, Ricerca e Cura', che ha
visto gli interventi del cardinale Gianfranco Ravasi (presidente
emerito del Pontificio Consiglio della Cultura) e dei professori
Paolo Corradini (direttore Divisione Ematologia e Trapianto del
midollo osseo dell'Int) e Franco Locatelli (Ospedale Pediatrico
Bambin Gesù di Roma) dopo l'introduzione del presidente della
Fondazione Int Gustavo Galmozzi.
Tema dell'incontro una riflessione sul significato della cura
mettendo al centro non la malattia, ma l'essere umano con le
proprie emozioni, le proprie domande e il bisogno di vicinanza.
Allevi, affetto da un mieloma multiplo, un tumore raro del
midollo osseo diagnosticato nel giugno del 2022, è entrato in
tema raccontando alcuni episodi che durante le terapie hanno
coinvolto lui ed altre persone e gli hanno "insegnato che la
solidarietà nel dolore e l'umana condivisione sono l'unico
sussidio che in certe occasioni ci può consolare".
Come quello vissuto una decina di giorni fa, quando seduto
nella sala d'aspetto di un centro prenotazione è stato
riconosciuto da una signora che gli ha chiesto come stava. "Io
abbastanza bene - le ha risposto - e lei?" La signora gli ha
detto che lei si trovava lì per suo figlio di otto anni e
dicendolo non ha saputo trattenere le lacrime. Il musicista è
rimasto colpito. Lì per lì non ha saputo far altro che dirle:
"Qui sono bravissimi!" Poi ha ceduto alla commozione e l'ha
abbracciata, piangendo con lei. "Perché - ha aggiunto - è come
se quella signora chiedesse di non essere lasciata sola davanti
all'insensatezza del dolore innocente".
Prima di lui il cardinal Ravasi aveva detto che "la malattia
è segno della nostra naturalità, della nostra fragilità e
solitudine. Allora non può essere affidata solo alla scienza", e
che "i medici, oltre alla sapienza medica, devono saper dare
amore, per accompagnare la persona nella cura". E per Corradini
e Locatelli curare una persona malata deve equivalere al saper
'prendersene cura'. Ma questo "richiede - ha sottolineato
Locatelli - un interesse per l'umanità del paziente, non solo
per la sua malattia". Corradini ha riconosciuto che su questo
"la formazione universitaria è completamente inadeguata: nessuno
ti dice che se vuoi fare il medico devi scegliere di essere
pronto ad accettare di sentire su di te il dolore di chi non può
guarire".
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